Maroni a Nichi Vendola: “a Marzo si andrà alle elezioni”. + Video

Quello di ieri è stato un giorno da ricordare per Silvio Berlusconi. Prima per la sofferta discussione in aula, poi il fatto che il 29 Settembre è il suo compleanno. Un compleanno molto amaro come ha rivelato lo stesso premier, che a 74 anni suonati anche con mascara e ottima tintura di capelli, queste cose sono una bella mazzata. Il capo del governo ha ottenuto la fiducia con 342 voti a favore e 275 contrari, e in questo caso com’era prevedibile, i voti dei finiani e di Lombardo sono stati determinanti.

Berlusconi in aula è apparso subito in difficoltà e anche esibendo dati e risultati che non ci sono affatto, non è riuscito a convincere nessuno. A un certo momento è dovuto pure ricorrere a una citazione di Piero Calamandrei, giurista e costituente di area comunista, tanto invisa al premier. Alla fine è venuto fuori un bel minestrone scotto e senza sale, e le opposizioni mai viste fino a questo momento, hanno incalzato e attaccato il Presidente del Consiglio cercando di smontare le parti del suo discorso povero e molto confutabile. Bersani ha affermato che il governo deve”andare a casa” perchè sono 15 anni che Berlusconi racconta “favole”. Antonio Di Pietro leader dell’Italia dei valori ha rincarato la dose definendo Berlusconi” stupratore della democrazia” e questa frase senza dubbio molto accesa ha provocato una notevole bagarre in aula, con l’uscita del gruppo del Pdl. Il Presidente della Repubblica Napolitano da Parigi ha commentato laconico e telegrafico che è”un bene per il paese che la legislatura continui”. La lega che fino a questo momento è stata l’ago della bilancia per Berlusconi al Nord, ha fatto sapere per bocca di Umberto Bossi ripreso in parte dalla figuraccia per l’infelice e squallida battuta sui romani, che la “via è stretta” e quindi la soluzione migliore resta il voto. Questa volta siamo d’accordo con il “senatur”, non vedendo altra possibilità di uscire da questa grave crisi politica e istituzionale. Anche Maroni parlando a Nichi Vendola ha detto che “a Marzo si andrà alle elezioni”. Un fatto è certo e inoppugnabile. Questa condizione paludosa e sterile in cui la maggioranza si trova deve terminare subito perchè è deleteria per tutto il paese. Come si dice a mali estremi, vanno prese decisioni nette e efficaci per far ripartire un paese stanco, lento e per certi versi paralizzato. Andate tutti a casa, è il paese che lo chiede. il giocattolo si è rotto e non si può più riparare

Fonte:

Pugliamo L’Italia
http://www.youtube.com/v/49CPSz6knAc?fs=1&hl=it_IT

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BOSSI E IL SUO FEDERALISMO….DI CARTONE.

A leggere le bozze che circolano e le dichiarazioni che girano sulla nuova tornata dei decreti di attuazione della legge Calderoli sul federalismo fiscale si resta a dir poco perplessi. E non solo perché l’orizzonte temporale – che all’inizio prevedeva l’attuazione a regime entro 7 anni dalla data di approvazione della legge, e quindi entro il 2016 – viene spostato al 2019. Tre anni in più, per un processo tanto complesso, sono un’inezia. Anche se sono un segno che la materia non è semplice e si preferisce prendere tempo.

Ma il continuo spostare più in là l’orizzonte temporale, letto alla luce dei nuovi testi, ha un significato preciso: il federalismo fiscale, semplicemente, non si farà. Perché, così come esce da questa confusa nuova formulazione, o è inapplicabile o è devastante. Vediamo perché, cercando di non cadere nella trappola delle tecnicalità, che in questa materia rischiano di far perdere la bussola sulla “sostanza”.

La “ricetta” implicita del decreto legislativo è questa: vi diamo la “libertà” di sostituire con aumenti di imposta i trasferimenti che vi verranno meno con il tempo, se non riuscite a ridurre la vostra spesa per il finanziamento delle funzioni assegnate. Assumendo l’idea che le diverse aree del Paese abbiano una ricchezza pro capite – e conseguentemente, una base imponibile – simile e, al contrario, sacche di spreco enormi in alcune regioni rispetto alle altre. Ma in Italia, anche se anni e anni di propaganda stanno inculcando l’idea che le cose stiano così, le cose sono molto diverse.

Le entrate fiscali sono molto sperequate tra Nord e Sud. Ridurre i trasferimenti significherebbe, semplicemente, provocare un aumento oltre i limiti del sostenibile della pressione fiscale sulle regioni del Sud, quelle più povere. Oppure una drastica riduzione della spesa pubblica nelle aree in cui essa è più bassa. Ovvero, di nuovo, le regioni meridionali. Ma no, rassicurano i tecnici: la legge prevede la “perequazione” tra Nord e Sud, in modo da garantire parità di trattamento e prestazioni uguali tra Milano e Palermo.

Ma allora, i trasferimenti statali non sarebbero aboliti. Cambierebbero forma: anziché chiamarsi trasferimenti si chiamerebbero perequazioni. Con la foglia di fico, però, dei costi standard, ovvero – teoricamente – di un ancoraggio alla spesa delle regioni più virtuose. Peccato però che nel decreto sui costi standard, che dovevano essere determinati in base alla Legge, entro il 2011, non vi è nulla di concreto, limitandosi a prevedere la loro determinazione – se tutto va bene – al 2014, quindi dopo l’orizzonte di questa legislatura, ammesso che essa arrivi alla sua scadenza naturale. Il sospetto è che non si abbia neppure l’idea di dove iniziare.

Insomma, viene messo in piedi un complicato meccanismo, che richiederebbe un numero di anni che viene sistematicamente spostato in avanti, o per lasciare sostanzialmente le cose come sono o per sfasciare completamente l’unità nazionale. Un bel capolavoro. Tremonti, che non è scemo, lo ha capito benissimo, e tiene in equilibrio la questione per dare un contentino alle Lega, spostare più in là nel tempo le cose per rassicurare i governatori del Sud (quasi tutti di centrodestra) e reggere sul versante dei conti pubblici.

Ma è chiaro che anche la Lega Nord non è interessata alla vera attuazione del Federalismo fiscale. In fondo, a pensarci bene, se davvero si raggiungesse questo traguardo, la sua stessa ragione di esistere verrebbe meno. Meglio continuare con le chiacchiere, aggiungendo ogni tanto qualche decreto legislativo vuoto di contenuti o inapplicabile. Un distintivo per i gonzi.

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